CAVALIERE ALBERTO. 
Signor Presidente, onorevoli colleghi,
io mi propongo qui di esaminare
soltanto tre settori della scuola,
che tratterò per ordine alfabetico;
anzi, se permettete… analfabetico.

Infatti, parlerò, per cominciare,
 dell’analfabetismo, il quale
è solo un aspetto, intendiamoci, sia pure
il più vistoso, il più compariscente,
di un male assai più vasto, di cui soffre
la società italiana, vale a dire
la sua incapacità di assicurare
un minimo sia pure d’istruzione
a tutti quanti i propri componenti,
quale che sia la loro condizione
sociale e la regione in cui risiedono. 

Ma, poiché il tempo è molto limitato
e in ogni caso è poco sufficiente,
farò solo una critica veloce
di questo immarcescibile bilancio,
che, nonostante il conclamato aumento,
è immutato e immutabile negli anni,
rimanendo lo specchio più fedele
della continuità di una politica
che ha condotto la scuola a questo stato,
e a tutti i suoi molteplici malanni;
e l’ha condotta volontariamente. 

Lo stesso Franceschini deve ammettere
nella sua relazione ­ attenta e onesta,
ma fra le righe molto malinconica ­-
ch’è un bilancio (lo dice in tutte lettere)
di gran lunga il più povero fra tutti,
non per la cifra in sé, ma in paragone
ai bisogni, agli scopi da raggiungere,
soprattutto all’attesa del paese. 

Secondo una statistica dovuta
allo Unesco, l’Italia in questo campo
è la ventiduesima in classifica:
tra i fanali di coda; il che significa
che, per quanto riguarda l’istruzione,
rischiamo fatalmente di finire
entro la serie C: siamo più bravi,
senza dubbio, nel gioco del pallone. 

Ora, la nostra Costituzione
(anche se adesso c’è chi la ripudi)
afferma che la scuola è aperta a tutti;
vuole che l’istruzione inferiore,
gratuita e obbligatoria, sia impartita
almeno per otto anni, ed oltre tutto
afferma che i capaci e i meritevoli,
anche sforniti di qualsiasi mezzo,
hanno il diritto di poter raggiungere
i più elevati gradi degli studi. 

Ma sta di fatto che la nostra scuola
(circa a cento anni ormai dall’unità)
non ha saputo ancora assicurare
a tutti, per intero o almeno in parte,
il corso degli studi elementari
e che la sua struttura è così fatta,
che solamente può perpetuare,
più che ridurre, le disuguaglianze
nei punti di partenza. Oggi, su circa
38 mila scuole elementari,
almeno un quarto non possiede ancora
l’intero corso; e poi, specie nel sud,
classi sovraffollate e classi plurime. 

E a volte, quali classi! Ne ha parlato
ieri mattina il nostro Della Seta.
E del resto in quest’aula, in un discorso,
ch’io tenni sul medesimo argomento,
due anni fa, parlai di Cittanova:
grosso paese calabro, ove esiste
anche un liceo, piuttosto decoroso,
con un giardino e il busto di un poeta.
Ma la scuola, la scuola elementare,
è sistemata ancora in una stalla
(lo era, almeno, fino all’anno scorso).
Ed in Calabria ancora (ve ne parlo,
data la mia qualifica d’oriundo),
a Verbicaro, o in una sua frazione,
c’è una scuola davvero singolare,
che potrebbe chiamarsi scuola­-ovile.
È una capanna priva d’aria e s’apre
quando le bestie vanno a pascolare
(escon le capre ed entrano gli alunni),
per richiudersi poi verso il tramonto
(escon gli alunni ed entrano le capre).
Ed in provincia di Matera, a Jotta,
c’è un’altra scuola (che malinconia!),
in uno sgangherato baraccone
senza finestre, dove i bimbi portano,
ogni giorno, ciascuno un suo mattone,
innalzando così dei pilastrini,
per potervi poggiare delle assi
su cui sedere; e rifanno, al ritorno
la strada col medesimo mattone,
perché nessuno glielo porti via. 

Esempi estremi d’una situazione,
purtroppo, poco bella e poco gaia,
che denota uno stato d’abbandono,
il quale si riassume in queste cifre:
sono 60 mila e più i maestri
(e sono centinaia di migliaia
d’alunni) che non hanno un’aula; e sono
30 mila i maestri che si trovano
ad insegnare in aule di fortuna…
o di sfortuna. Si riscontra inoltre
un duplice fenomeno: da un lato
l’evasione dell’obbligo scolastico,
dall’altro dispersione degli alunni
dalla prima alla quinta elementare.
Circa un terzo si perde per la strada,
come ignorata inutile zavorra,
di cui la società non ha bisogno. 

Nel Mezzogiorno avviene addirittura
che su 100 scolari 37
solamente raggiungono la quinta;
e superarla ed andar oltre è un sogno
che sconfina pei più nell’impossibile. 

Quali sono le cause del fenomeno,
di questo male non immaginario?
Le conosciamo: la miseria endemica,
un’assistenza più che lacrimevole,
la mancanza di scuole, la penuria
d’aule (per cui ne mancano al momento
69 mila: il 41
per cento e più rispetto al necessario). 

E non parliamo poi dell’istruzione
secondaria inferiore; obbligatoria
anch’essa, per lo meno in teoria.
Vi sono suppergiù 600 mila
ragazzi che conseguono attualmente
ogni anno la licenza elementare;
e, di questi, 220 mila
almeno non proseguono gli studi.
Su 2 milioni e mezzo di ragazzi
fra gli 11 e i 14, risulta
che nel ’54 solo in numero
di 424 mila
si iscrissero alla scuola di avviamento
professionale. Una fortuna in fondo,
v’è da dire, perché, se in quella scuola
avessero voluto iscriversi altri,
avrebbero dovuto far la fila
inutilmente: rimandati a casa,
per deficienza di aule e di insegnanti. 

E per quanto riguarda l’istruzione
professionale, no, sinceramente
non condivido affatto l’ottimismo
di Franceschini, il quale in 2 miliardi
straordinari, destinati appunto
a questa scuola, vede i1 toccasana:
vede colmate o almeno attenuate
in maniera decisa le lacune
del bilancio in esame: una nutrita
serie di nuove classi in tutti i rami
più frequentati e più congestionati
degli istituti tecnici, incremento
d’attrezzature, insomma, un buon cordiale
se non un elisir di lunga vita. 

Ma aggiunge poi lo stesso relatore,
non senza contraddirsi, sopraffatto
da un’ondata di sùbito sconforto:
un respiro che in fondo è solo il 4
per cento della somma complessiva
che è stata destinata a quel settore:
si tratta di un respiro troppo corto.
Si potranno in tal modo costruire
le aule necessarie ­ egli si chiede ­
a contenere la crescente schiera
degli scolari ? No, sicuramente
­ egli stesso risponde ­; e, come in genere
suole accadere, cercheremo ancora
delle sistemazioni di fortuna
o di ripiego, in linea provvisoria,
con indubbio disagio del profitto.
E i 2 miliardi se ne andranno in fumo,
al più lasciando solo un po’ di cenere. 

Il provvisorio, sempre il provvisorio,
senza nessuna base di certezza:
il Governo così fa con la scuola,
come un bravo papà, povero e scaltro,
che spera solo nella provvidenza
e tira avanti a furia di espedienti,
tappando un buco per aprirne un altro. 

Lo stesso Franceschini riconosce:
“ci vuo1 ben altro per un’edilizia
professionale”, per poter uscire
dalla strettezza annosa ed angosciante
che umilia, che avvilisce, che deprime
la scuola regolare dello Stato,
spettatrice finora a bocca asciutta
del fluire di innumeri miliardi
a favore di tante iniziative
non regolari e per lo più dannose.
Siamo d’accordo con il relatore.
Solo che in quell’esiguo stanziamento
oggi egli vede un’arra di speranza:
che diventi più seria quella scuola
e che ben presto cambino le cose.
Ed aggiunge che vale, la speranza,
ben più di 2 miliardi, e si consola… 

Manca ancora un capitolo che regoli
questo settore, e manca anche una legge:
poiché uno schema apposito, approvato
da tempo dal Consiglio dei ministri,
non si sa come, dorme indisturbato.
Ma il nostro relatore è un ottimista:
manca la legge, ma sarebbe peggio 

­osserva ­ se ci fosse quella legge
e mancassero invece gli istituti.
Però sarebbe meglio, Franceschini,
se ci fosse la legge, ed operante,
insieme agli istituti… ed ai quattrini.
Erano stati chiesti in questo ramo
ventun miliardi o poco più d’aumento,
rispetto all’esercizio precedente,
ma la Tesoreria, come sappiamo,
ne ha concessi soltanto una metà.
Ha sottratto così 10 miliardi
all’istruzione professionale,
un ramo destinato all’avviamento
almeno di 600 mila giovani,
cifra che d’anno in anno crescerà. 

Ma, qui pure, non è solo questione
di miliardi, onorevoli colleghi.
I1 fatto è che s’impone una riforma,
riforma di programmi e di struttura.
Dovrebbe provvedere, l’istituto
professionale, a dare allo scolaro
una preparazione più specifica,
affinché questi, terminato il corso,
possa entrare nel ciclo produttivo.
Che cosa fa la scuola dello Stato
preposta a questo scopo? Sono idonei
gli strumenti che adopera? È in attivo
il suo bilancio tecnico? Ed è utile
l’opera svolta da cotesta scuola,
dimenticata, grama Cenerentola? 

In Italia, per vecchia tradizione,
almeno la metà degli studenti
viene avviata all’istruzione classica,
che sbocca poi nell’università
e conseguente laurea. Senonché,
per diversi motivi, molti giovani
sono indotti a interrompere gli studi,
e si trovan così senza nessuna
una manovalanza intellettuale,
che non può esercitare alcun mestiere,
destinata ad accrescere la schiera
di coloro che cercano un rifugio
negli uffici privati o, meglio ancora,
che si rifugian sotto le grandi ali
della burocrazia ministeriale.
Non importa se poi, dopo il liceo,
non si sappia più un’acca di latino,
si ignorino Virgilio e Cicerone,
e dei grandi poeti nazionali
rimanga a mente qualche vago brano:
“Nel mezzo del cammin di nostra vita…”
Canto l’armi pietose e il capitano…”

(Applausi).

I genitori pensano, ancor oggi,
che l’istruzione tecnica sia quasi
un ripiego umiliante: cosicché
(come leggevo su Comunità),
mentre noi c’incantiamo a contemplare
le vestigia di Roma, non sappiamo
di vivere, purtroppo, in mezzo a un popolo
 d’analfabeti o semianalfabeti.
Il 70 per cento, o poco meno,
delle forze italiane del lavoro
ha una cultura quasi a quota zero.
Dei due milioni di disoccupati,
non c’è nessuno ch’abbia una qualifica
professionale, ed i sottoccupati
vivon di vita grama, senza alcuna
speranza di avvenire. E tuttavia,
non contando la scuola elementare,
la parte più cospicua, più nutrita
del bilancio di questo ministero
è destinata all’istruzione classica,
alla quale si attaccano decine
di migliaia di giovani, in mancanza
d’altra uscita, di cui la maggioranza
disprezza Orazio e maledice Omero. 

Da qui la deficiente diffusione
della scuola preposta all’istruzione
professionale: in modo più notevole
nel Mezzogiorno, dove manca quasi
una metà delle aule necessarie,
o dove le aule sono sistemate
in edifici assurdi, irrazionali,
chiusi alla vita, chiusi all’aria e al sole,
come antichi e cadenti monasteri,
case private, vecchie scuderie,
o antichi uffici pubblici, riattati
alla meglio per farne delle scuole.
Le quali son costrette a doppi turni
e devono assai spesso rifiutare,
per mancanza di posti, le iscrizioni.
Pensate che i1 60 e più per cento
dei comuni con più di 5 mila
abitanti son privi di una scuola
d’avviamento, per cui privilegiati
sono solo i ragazzi appartenenti
a famiglie più o meno benestanti.
Gli altri ne sono esclusi, ma lo Stato
inganna i cittadini, proclamando,
con alto senso di democrazia,
un principio giuridico, per cui
fino ai 14 anni l’istruzione
sarebbe obbligatoria: una bugia. 

C’era il piano Vanoni che cercava
di rimediare a queste deficienze,
ma ­ mi sembra ­ quel piano è ormai caduto
nel dimenticatoio nazionale.
Comunque, per risolvere un problema
che pesa sulla nostra società,
bisognerebbe riqualificare
le forze del lavoro e provvedere
all’istruzione delle nuove leve,
quelle che si preparano ad entrare,
fresche ancora, nel campo del lavoro:
onde occorre adeguare la struttura
della scuola ed i metodi didattici
alle nuove esigenze della vita.
Ed i vari Governi han dimostrato
che a risolvere i gravi ed impellenti
problemi della scuola e del lavoro
occorrono altri mezzi, altri sistemi,
e soprattutto occorrerebbe un’altra
mentalità, diversa dalla loro. 

E sono giunto all’ultimo argomento ­
– dulcis in fundo -­ l’università.
Un’università, quella italiana,
avulsa dalla vita del paese.
Ha una struttura interna sorpassata
e in essa aleggia un’aura medioevale. 

“Pochi posti di ruolo, innanzitutto,
e assegnati, del resto, con concorsi
fasulli, fatti apposta ­- scrive Il Giorno,
un giornale non certo sovversivo ­-
per favorire illeciti mercati”.

MORO, MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE. 
Ma come si fa a dire questo in linea generale? Si offende tutta l’università parlando di concorsi fasulli.

CAVALIERE ALBERTO. 
Signor ministro ho detto: scrive Il Giorno,
un giornale d’idee non sovversive:
ed io non sono certo responsabile
di tutto ciò che quel giornale scrive. 

Dunque, tra virgolette: “… fatti apposta
per favorire illeciti mercati
e il predominio delle cosiddette
scuole che, in realtà, sono dei trucchi
o, tuttalpiù, non sono molte volte
che private congreghe, nelle quali
uomini vuoti, ambiziosi, lontani
da ogni vero interesse per la scienza ­
– per usar le parole di Trabucchi,
deputato non certo sovversivo ­-
 riescono con l’intrigo e con l’inganno
ad affidar le cattedre a modesti
allievi che non possano dare ombra”. 

MORO, MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE. 
Si sarà dato qualche caso, ma non si deve generalizzare. 

SEGNI, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE. 
Ella ha torto, onorevole Cavaliere. Vi sarà qualche raro caso, ma non si può dire questo di tutta l’università. 

CAVALIERE ALBERTO. 
Di tutta no, ma di una buona parte…
D’altronde, la carriera di assistente
è così congegnata che sconsiglia
ai giovani più colti e intelligenti
la carriera scientifica: stipendi
di vera fame (questo si può dire?),
grami stipendi che si dovrebbero
moltiplicare per numero fisso
3, 14 15 per dare
la possibilità di un’esistenza.
Laboratori ed istituti anemici,
dove si tira avanti alla giornata,
sforniti di moderne attrezzature
e sforniti di sedie, addirittura:
gli alunni spesso siedono per terra,
ci ha detto l’onorevole Alicata. 

MORO, MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE. 
L’onorevole Alicata dice sempre delle verità.
(Commenti ­ Si ride).

CAVALIERE ALBERTO. 
“E molte volte quelle attrezzature
sono state acquistate per figura,
ma nessuno le adopera, mancando
il denaro, la voglia e il personale’
Le biblioteche per lo più difettano
delle pubblicazioni più importanti
perché gli stanziamenti, quando bastano,
servono per pagare la luce e il gas”.
Sempre tra virgolette; sono dati
tratti da un autorevole giornale.

MORO, MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE. 
Le virgolette non mi commuovono, onorevole Cavaliere: ella porta delle testimonianze. 

CAVALIERE ALBERTO. 
Non parlo di giornali sovversivi,
non dell’Avanti! e non dell’Unità:
di giornali, bensì, governativi,
che son soliti dir la verità. 

(Si ride). 

MORO, MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE. 
Questo non vuol dire niente: qualche volta anche i sovversivi possono dire delle verità e i non sovversivi delle sciocchezze. 

(Commenti a sinistra) 

CAVALIERE ALBERTO. 
E gli studenti, la materia umana
che ­ quella almeno ­ non difetterebbe,
si vedono purtroppo abbandonati
dai loro professori a se medesimi,
sia nella scelta della facoltà
che nel corso normale degli studi;
di modo che finiscono, il più spesso,
col preferire alle aule della scienza
l’ombra discreta dei giardini pubblici. 

Anche nelle materie letterarie
questo distacco, sempre più profondo,
che c’è tra il professore e lo studente,
conduce a risultati deplorevoli.
Si parla di somari laureati,
i quali si presentano a un concorso
scambiando Galilei con Garibaldi,
e intanto son supplenti in un liceo.
Ma la colpa ricade innanzi tutto
sui professori, i quali, a cuor leggero,
e in maniera davvero disinvolta,
danno la laurea a gente mai veduta,
mai conosciuta, a gente che agli esami
vedono forse per la prima volta. 

E dopo, sono state improvvisate
diverse facoltà di magistero,
a cui si riconosce indubbiamente
uno scopo economico-­sociale,
in quanto danno a tanti bravi giovani
un titolo di studio ed un impiego.
Ma per quanto riguarda il rendimento
culturale, didattico, scientifico,
è meglio non parlarne: è naturale
che, uscendo da quei corsi, poi si scambi
Francesco Sforza o Ludovico il Moro
(e domani, può darsi, anche… Aldo)
con Lorenzo de’ Medici…Rettifico:
temo purtroppo che il ministro Moro
non sarà mai scambiato col Magnifico. 

(Si ride). 

Secondo le statistiche, del resto,
per ogni 48 e più studenti
esiste solamente un professore.
Abbiamo infatti 1.500
professori di ruolo, nel complesso,
laddove i professori incaricati
son 4 mila; ed il bilancio, intanto,
non ricopre il totale delle spese
pei professori non di ruolo. Ed ora,
come se questo non bastasse,
arriva la decisione ministeriale 

di decurtare i fondi destinati
alle università, di dimezzare
il pagamento dei copiosi debiti
contratti dallo Stato nei confronti
degli atenei, che, com’è noto, anticipan
da molto tempo in qua tutte le spese
per il corpo docente, a cui è lo Stato
che dovrebbe pagare lo stipendio.
Ora il ministro dice: ho provveduto.
Meglio tardi che mai, ma sempre tardi,
avete riparato a un vilipendio. 

Situazione grottesca, sconcertante,
paradossale, quella in cui vivacchia
la cultura italiana. Un professore
scriveva sull’Avanti milanese:
“Si spendono decine di miliardi
per armare le forze poliziesche,
per costruire o riparare chiese,
per poi negare alle università
i mezzi indispensabili alla vita”. 

Nonostante l’aumento del bilancio,
si nota che, purtroppo, nel settore
ch’è forse il più importante e che riguarda
la ricerca scientifica, le somme
stanziate sono sempre a un punto fisso. 

Signor ministro, so che giorni or sono
è venuto da lei Sabato Visco,
preside, a Roma, della facoltà
di scienze, e che le ha detto onestamente
che i professori, stanchi ed avviliti
(poveri professori, io li capisco)… 

MORO, MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE. 
A prescindere da quei famosi concorsi fasulli di cui ella parlava prima. 

CAVALIERE ALBERTO. 
Non son io che l’ho detto, in quanto che
da tempo non frequento più le scuole;
ma lei torna ad insistervi, perché…
la lingua batte dove il dente duole. 

Visco le ha detto che quei professori
non intendono più continuare
a far finta di adempiere sul serio
una missione resasi impossibile;
che occorrono nell’aule altri assistenti,
che, soprattutto, nei laboratori
bisogna far entrare gli strumenti
necessari allo studio e alla ricerca,
mancando i quali non si va più avanti. 

Il Visco le avrà detto come a Roma
vi siano un professore e due assistenti,
che, nella facoltà di geologia,
debbono provvedere ad erudire,
da sé soltanto e con i mezzi che hanno,
diverse centinaia di studenti.
Me li saluta, lei, gl’idrocarburi
del nostro sottosuolo, e i minerali,
che, in tal modo istruiti, quei futuri
ingegneri e dottori studieranno?… 

Occorre che da parte dello Stato
si provveda al più presto alla istruzione
superiore, in modo che risponda
ad una sua funzione propulsiva;
occorre che lo Stato, senza indugio,
appronti gli strumenti necessari
perché si possa mettere all’altezza
dei paesi civili in questo campo. 

Si parla di risolvere il problema
aumentando le tasse agli studenti.
Grave errore: risulta da un’indagine
condotta ultimamente da La Stampa
che, degli iscritti alla università
(a quella di Torino esattamente),
la parte più notevole è composta
da figli d’impiegati e d’operai,
e di questi studenti una metà
è costretta purtroppo a lavorare
per pagarsi le tasse e gli alimenti.
Un’università dove l’antica
spensieratezza è un mito, o un privilegio
solo di qualche figlio di papà
e dove gli studenti bisognosi
dovrebbero ricevere un aiuto,
nello stesso interesse, dopo tutto,
della cultura e della società.
Troviamo, invece, degli stanziamenti,
per l’assistenza ai giovani, del tutto
inadeguati, più che insufficienti,
lontani dall’assolvere quel compito 

a cui son destinati. Ora, un aumento,
qualsiasi aumento della tassazione,
avrebbe come solo risultato
di colpire le classi meno abbienti,
e particolarmente il tartassato
ceto medio, ch’è quello che fornisce
il più grande tributo di studenti.
Dell’università fareste solo
l’appannaggio dei ricchi: e dove andrebbe
l’auspicata struttura democratica
che noi vorremmo dare agli atenei?
C’è qualcuno che afferma: poco male,
ridurremmo in tal modo i laureati,
dato che il loro numero è soverchio
rispetto al fabbisogno nazionale.
Però, non è così, signori miei:
ed il soverchio numero, semmai,
potrebbe riguardare, qui da noi,
le facoltà umanistiche soltanto,
e non quelle scientifiche, le quali
soffrono di penuria di studenti.
Lo sviluppo economico e sociale
del paese, nei prossimi dieci anni,
secondo i più autorevoli scienziati,
richiederà nel campo della tecnica
ogni anno 9 mila laureati,
in luogo dei 3 mila o 4 mila
che sfornano oggi le università. 

Ma adesso l’onorevole Fanfani
ha preparato un piano che ben presto
metterà tutto a posto in questo campo:
un piano che fa parte dei miracoli
elettorali, assai probabilmente. 

Ma il tempo scade e cerco di concludere. 

Alla mancanza d’aule, d’insegnanti,
alla preparazione insufficiente
d’alunni e, molte volte, di docenti,
all’analfabetismo persistente,
agli infimi stipendi, alla scarsezza
di fondi, di cui possono disporre
i più alti istituti di ricerca,
all’approssimazione senza impegno,
si aggiunge il peso di problemi nuovi,
che tutto il mondo avverte e che da noi
sono ignorati o sottovalutati. 

La crisi non è solo nella scuola,
ma investe tutta, ormai, la società.
Sì, perché l’urto del progresso tecnico,
il crescente sviluppo, in tutto il mondo,
d’una complessa civiltà industriale,
chiedono che le forze del lavoro
vengano preparate a nuovi compiti.
Né c’è tempo da perdere, signori.
Tutte le società più progredite
stanno già trasformando in modo adatto
strutture e concezioni educative.
L’America, la Russia, l’Inghilterra,
pur diverse nei loro ordinamenti,
hanno avvertito la necessità
di adeguare le forze del lavoro
ai due nuovi elementi che si chiamano:
energia nucleare e automazione;
mentre la nostra classe dirigente
si dimostra incapace di adattare
la scuola alle esigenze più moderne. 

Io non vi dico affatto di lanciare
una luna anche voi, come i sovieti,
e come, prima o poi, gli americani.
In questo campo noi siamo rimasti
all’ardue fantasie di Giulio Verne.
E in quanto a luna, voi siete più bravi
a farcela vedere in fondo al pozzo.
Comunque, non è ai voli interstellari
che pel momento aspira il nostro popolo.
È questa una materia che da noi
fornisce solo spunti agli umoristi,
ed anche all’onorevole Bettiol,
il quale afferma: “tutta propaganda!”
Umorista anche lui, come il giornale
che riportava questi alati versi: 

“Una pubblicità di nuovo genere
il cielo solcherà da parte a parte:
Luna di miele sul pianeta Venere…
Giove vi attende… Visitate Marte…
La crociera più rapida: in un giorno
Terra­-Mercurio­-Venere e ritorno…” 

(Si ride). 

Sorridiamo, onorevoli colleghi.
Ma, a parte lo scherzuccio di dozzina,
il progresso sta a cuore a tutti noi:
anche un progresso assai più terra terra.
E certo non sarà questo bilancio
ad indicarci delle soluzioni,
o un desiderio di rinnovamento
da parte dei signori governanti,
che non hanno sentito questo slancio,
questa necessità di elaborare
un pensiero scolastico moderno,
il quale si colleghi in modo organico
alle nuove esigenze della vita,
alle esigenze della civiltà.
Voi tendete soltanto al monopolio
confessionale della nostra scuola,
tornando indietro almeno di due secoli.
Dante condanna alcuni peccatori
a guardare all’indietro, sempre indietro,
come voi fate; e invece è necessario
guardare avanti, avanti e ancora avanti,
lungo un cammino a cui solo conducono
il socialismo e la democrazia.
Ho finito, signori. Così sia. 

(Applausi a sinistra ­ Congratulazioni)